Ingresso a Grosio di don Ilario, 2018 – Una rappresentanza del costume
Origini del costume tra storia e leggenda
Datare l’origine dell’abito tradizionale grosìno non è semplice. Con certezza sappiamo che nel XVII secolo un cospicuo numero di Grosini, per ragioni di lavoro, emigrò in terra di San Marco, venendo a contatto con quel miscuglio di razze e culture che costituivano Venezia, da secoli frequentatissimo porto di mare. Proprio in questo periodo pare che l’abito grosìno si sia arricchito notevolmente, differenziandosi da tutti gli altri della valle per lo splendore dei colori e per la varietà e la raffinatezza dei tessuti e della loro lavorazione. Una contaminazione fra elementi di cultura alpina e foggia di stile orientale che generò quel non so che di esotico, che avrebbe poi sempre contribuito al suo successo.
Possiamo spiegare l’ingresso in Grosio di questa ventata di colori e di stravaganze, supponendo che gli emigrati grosìni, al loro ritorno in patria, usassero omaggiare le loro spose con preziose regalie: fazzoletti, grembiuli, nastri, filati, tagli di panno, di cotone o di seta, gioielli. Oppure, molto più suggestiva, ma anche più probabile, è l’immagine dell’arrivo in paese di un gruppo di ragazze armene, o georgiane, forse donate dal Doge di Venezia ai nostri lavoratori, quale premio per la loro operosità o, forse, semplicemente, loro accompagnatrici. Esse, oltre ad aver arricchito la nostra cultura con la loro dote di usi e costumi diversi, avranno sicuramente giocato un ruolo importante nel ripopolare il paese di Grosio, decimato dalla peste e dalla carestia, dilaganti in quel periodo di guerre.
Nel 1858, Splendiano Morsetti, nella sua Storia della Valtellina, così scrive su Grosio: “Robusta gioventù, donne ridondanti di vivacità e salute, alle cui sode bellezze dà spicco il particolare vestito, con camicia sparata sul petto e abbottonata d’argento, corsetto scarlatto e sottana corta nera a rigide crespe, calze rosse, fiocchi di seta al capo sotto ad un cappello cilindrico di feltro”.
Nel 1911 troviamo consacrato ufficialmente l’abito grosìno in un’esposizione nazionale tenutasi a Roma. I capi esposti in quell’occasione sono tutt’ora conservati presso il Museo nazionale delle arti e tradizioni popolari “Lamberto Loria” all’EUR.
Caratteristiche dell’abito grosino
In relazione alle necessità e alle circostanze in cui viene indossato, l’abito grosino si distingue in diverse varianti, dette Mude.
- Muda da contadini. E’ la variante dell’abito che si indossa tutti i giorni per il lavoro, in casa e in campagna. E’ detto anche al strasc de tuc’ i dì.
- Muda da montanari. E’ la variante dell’abito che si indossa per andare in montagna, nei maggenghi e negli alpeggi.
- Muda da festa. E’ la variante dell’abito che si indossa la domenica e nelle feste comuni.
- Muda da sposa. E’ la variante dell’abito che si indossa in occasione del matrimonio e di cerimonie importanti. Si completa col cappello o col panét di roséti.
- Muda da lutto. E’ la variante dell’abito che si indossa durante i funerali e in periodo di lutto.
La bellezza di un costume paesano è espressa solitamente dall’originalità di ogni singolo vestito, dalla possibilità economica che sta dietro di esso, dall’abilità e dalla fantasia di chi lo cuce, dal buon gusto di chi lo sceglie e ancor più dall’utilizzo di scampoli di tessuto diversi, che lo rendono unico e irripetibile, seppure rispettoso della tradizione.
Numerosi e variegati sono gli accessori del costume di Grosio, dall’acconciatura sulla persona, agli addobbi esterni. A seconda delle mude indossate essi variano per tessuti, filati, colori, ricami, ma mai per la funzione che assolvono.
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Come nasce il gruppo folcloristico di Grosio
– il Ventennio
– il dopoguerra, tra il 1950 e il 1960
– la rinascita nel 1975 con gestione Pro Loco
– dal 1982 il gruppo “la Tradizion” attivo fino ai giorni nostri

































